Quote rosa: quante donne lavorano nel settore assicurativo?

Quote rosa: quante donne lavorano nel settore assicurativo?

In occasione della Festa della Donna, abbiamo voluto fare un’analisi delle donne presenti nel settore assicurativo.

Il nostro settore assicurativo, infatti, è definito da molti come un ambiente prettamente maschile. Una situazione degenerata con l’arrivo del COVID-19: le donne sono state il genere più penalizzato dalla chiusura delle scuole e delle imprese.

Quote rosa: quante donne lavorano nel settore assicurativo- finanziario?

Partiamo da un presupposto: il genere non sembrerebbe essere un problema per l’accesso all’ambiente di lavoro, ma lo è per l’opportunità di carriera.

Le donne, infatti, nel nostro settore, ricoprono ruoli amministrativi, come segreteria, back office, contatti con la clientela ma, all’aumentare del prestigio e della posizione lavorativa, le imprese preferiscono una gestione maschile.

Il numero di donne che rivestono un ruolo di responsabilità all’interno di un gruppo bancario raggiunge l’11%, le figure manageriali femminili sono solo lo 0,5%. Nelle assicurazioni la situazione è pressoché analoga: si conta il 18% di donne come personale dirigente contro l’81% di uomini.

Eppure, non sono mancate iniziative da parte delle Istituzioni, come la legge Golfo-Mosca del 2011 che prevede le quote rosa nei consigli di amministrazione; la direttiva 2014/95/UE, al fine di favorire la board diversity o ABI e ANIA che hanno promosso delle iniziative a favore della parità di genere nelle banche e nelle assicurazioni.

Nonostante tutto questo, la situazione è rimasta la stessa: le donne sono quasi assenti nei consigli di amministrazione. Un gap che non sembra essere solo italiano, ma mondiale: le colleghe a Wall Street guadagnano il 60% in meno rispetto agli uomini, le donne italiane impiegate in attività finanziarie hanno una ricchezza netta inferiore del 35%.

Il Paese che risulta più egualitario è ancora l’Islanda, seguito dalla Norvegia, dalla Finlandia e dalla Svezia. Seguono nella classifica con il minore gender gap il Nicaragua, la Nuova Zelanda, l’Irlanda, la Spagna, il Ruanda e la Germania.

Un pregiudizio molto forte nei confronti delle donne lavoratrici nel nostro settore, un cliché che imputa alla donna maggiore prudenza, meno aggressività, in confronto ai colleghi uomini più carismatici e disposti al rischio.

Solo il 12% delle donne italiane intraprende un percorso STEAM (Science, Technology, Engineering, Arts and Mathematics), titoli più richiesti per i profili di alto livello all’interno delle imprese bancarie e assicuratrici. La media dei voti rispetto agli uomini è più alta di circa due punti percentuali. Eppure, la ricerca ENBIFA-ANIA dimostra che nel 2018 in ambito assicurativo sono stati assunti il 15% di uomini laureati in STEAM contro il solo 10% di donne con il medesimo percorso di studio.

Christine Lagarde, direttore generale del Fmi, in un’intervista, tuona alla trasformazione all’interno del settore finanziario, perché a più di 10 anni dalla crisi del 2008, nulla o quasi nulla è cambiato: più donne in finanza per una maggiore stabilità perché "se ci fossero state Lehman Sisters invece che Lehman Brothers, il mondo avrebbe potuto essere molto diverso ora".

Una maggiore diversità è sempre positiva, afferma la Lagarde, perché affina il pensiero e il ragionamento. Una maggiore diversità con un numero più elevato di donne si traduce in "maggiore prudenza, e meno decisioni avventate. Le nostre ricerche hanno dimostrato che una quota più alta di donne nei consigli di amministrazione di banche e agenzie di supervisione finanziaria è associata con una maggiore stabilità" aggiunge il direttore del Fmi.

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