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La partita tra fondi aperti e chiusi per accaparrarsi i flussi di Tfr dei lavoratori italiani entra nella fase più calda. I fondi aperti, spesso accusati di avere costi troppo elevati, hanno ridotto le spese di caricamento.
Le linee più prudenti dei fondi pensione aperti di nuova generazione, hanno raggiunto così costi medi dello 0,6%. Ma anche quelle azionarie (le più costose), aggiornate proprio in occasione dell'avvio della riforma, non superano l'1% di commissioni totali (Ter, total expenses ratio). Se si analizzano invece i bilanci dei fondi di categoria, quelli creati dai sindacati e accessibili solo a classi di lavoratori omogenee, si osserva che le spese amministrative e di gestione sul patrimonio arrivano in alcuni casi anche a sfiorare l'1%, nonostante si tratti di prodotti con una componente azionaria spesso limitata a favore delle obbligazioni. È il caso per esempio di Arco, fondo pensione dei lavoratori dell'industria del legno e dell'arredamento. Nel 2006 questo strumento, che prevede una quota associativa di 25,36 euro, ha registrato costi di gestione amministrativa (personale, service, e spese generali) pari allo 0,6% del patrimonio complessivo. Ai quali si sono aggiunti poi i costi per la gestione finanziaria (affidata a Unipol e a Eurizon Capital) pari allo 0,34% del patrimonio. In realtà la gamma di costi dei diversi strumenti aperti è molto variegata. Ci sono infatti fondi chiusi che sono riusciti ad avere livelli di spesa molto più contenuti. Il primato del contenimento dei costi è di Cometa, fondo pensione dei lavoratori metalmeccanici, secondo in Italia per patrimonio in gestione (2,9 miliardi a settembre 2006). Anna Messia Borsa&Finanza |